8 - settembre - 2015
 

1. – La scelta del nome. Il titolo dell’enciclica è «Laudato Sì» – Lettera Enciclica sulla cura della casa comune.
Non è utilizzato il termine «ecologia» nel titolo, ma solo nel capitolo IV (Un’ecologia integrale).
Il Papa sottolinea il concetto di «casa comune» riferito alla terra e la necessità della sua cura, guardando alla sostanza del problema ecologico globale.
La parola greca «oikos logos» evoca in «ecologia» il «discorso sulla casa»: nell’enciclica è parso importante anche il riferimento al messaggio francescano.
Il documento è stato presentato ufficialmente in Vaticano il 18 giugno 2015.
Il messaggio francescano (oltre che dalla vita del poverello di Assisi vissuto nel XII sec.) è reso evidente dal bellissimo cantico di lode dedicato a «frate sole»: in realtà un inno a «tutte le creature», a «sora nostra madre terra», a «sora luna», alle «stelle clarite preziose e belle», a «frate vento», a «sora acqua utile, umile, preziosa e casta», a «frate focu, che illumina la notte».
Il principio unitario di riferimento è Dio, al quale va la lode, per il dono di tutte le creature: sono, anzi, le stesse creature che, insieme, lodano il loro Signore.
La lode, nel cantico, si estende anche a «sora nostra morte corporale» (che accomuna l’uomo, parte della natura, ad ogni vivente) nella certezza che la vita dello spirito non muore e trionfa sul male (vedi i punti 1,87 e 218).
Il documento del Papa sottolinea la novità ed attualità del messaggio di San Francesco (v. introduzione punti 10-12): «San Francesco, fedele alla scrittura, ci propone di conoscere la natura come uno splendido libro nel quale Dio ci parla e ci trasmette qualcosa della Sua bellezza e della Sua bontà» (vedi punto 12).
L’attuale Papa spiega anche perché ha preso il nome di Francesco nel momento dell’elezione a Vescovo di Roma: un nome «impegnativo», considerando che «In Lui si riscontra fino a che punto sono inseparabili la preoccupazione per la natura, la giustizia per i poveri, l’impegno nella società e la pace interiore» (vedi punto 10).
È, dunque, fuori discussione l’adesione sincera del Pontefice al messaggio francescano, un modello, non solo per i cristiani, ma anche per «tutti gli uomini di buona volontà».
Nel documento sono ovviamente ricordate altre figure eminenti del mondo cristiano con una particolare sensibilità verso la natura (San Benedetto, San Bonaventura).

2. – La prima enciclica papale sull’ambiente. L’anno 2015 sarà ricordato come anno della prima lettera enciclica specificamente dedicata all’ambiente in tutti i suoi aspetti.
Si tratta di un evento atteso, molto positivo, sia perché integra la dottrina sociale della chiesa cattolica nella materia, sia perché offre un contributo importante nella individuazione dei gravi problemi ecologici globali e spunti innovativi per la loro soluzione.
Sotto il primo profilo è la stessa enciclica a ricordare il contributo offerto da vari pontefici nel definire la dottrina sociale della Chiesa.
Papa Leone XIII, il 15 maggio 1891, prendeva posizione con la «Rerum Novarum» sui principali problemi socio economici, all’inizio della rivoluzione industriale, quasi contemporaneamente alle forti spinte politico-ideologiche promosse da Marx ed Engels.
Sia Pio X (con la «Quadrigesimo anno») sia Pio XII (con il Radiomessaggio del 1° giugno 1941), riprendevano i pilastri della dottrina sociale enunciati da Papa Leone XIII in tema di famiglia, lavoro, diritti economico- sociali, nel rispetto dei princìpi di libertà e di libera iniziativa delle persone, e nel segno della solidarietà, resistendo alle tentazioni autoritarie stataliste anche in economia.
Dopo la seconda Guerra Mondiale sarà soprattutto Giovanni XXIII (ricordato nel punto 3) ad attualizzare il messaggio cristiano con l’enciclica «Pacem in terris» in una visione integrata di pace e giustizia nel mondo.
Questo grande pontefice seppe leggere i «segni dei tempi», impegnandosi in prima persona per neutralizzare i pericoli per la pace derivanti dalla crisi di Cuba e dal possibile confronto nucleare USA-URSS: a problemi globali – Egli osservò – deve darsi una risposta globale pur nel rispetto del principio di sussidiarietà.
La nuova enciclica di Papa Francesco, ispirata anch’essa ai «segni dei tempi», non manca di ricordare, nell’introduzione, il contributo più recente offerto da altri papi con riferimento alla materia ambientale.
Paolo VI nel 1971, presentava la crisi ecologica come «conseguenza drammatica dello sfruttamento incontrollato della natura» («Octogesima adveniens» e «Discorso alla FAO nel 1970»).
Giovanni Paolo II si occupò più volte di ambiente sollecitando una «conversione ecologica globale» per assicurare «un autentico sviluppo umano» («Redemptor hominis» 1979; «Sollecitudo rei socialis», 1987; «Centesimus annus», 1991).
Benedetto XVI, soprattutto con la grande enciclica «Caritas in veritate» (più volte citata da Papa Francesco) vede l’ambiente in crisi come conseguenza strutturale delle disfunzioni della economia e della finanza globale e, coerentemente, invoca la creazione di una vera «Autorità politica mondiale» per l’economia e l’ambiente, onde controllare e gestire le cause dei fenomeni nella dimensione internazionale.
La nuova Enciclica di Papa Francesco, si innesta, dunque, nella evoluzione coerente della dottrina sociale della Chiesa, con una visione d’insieme della materia ambientale ed offre un contributo destinato ad ulteriore approfondimento anche per l’atteggiamento di sincera apertura che la caratterizza: «Mi propongo specialmente di entrare in dialogo con tutti riguardo alla nostra casa comune» (vedi punto 3).
Appare significativo il riconoscimento del contributo offerto dal Patriarca Bartolomeo della Chiesa Ortodossa associato alla presentazione ufficiale in Vaticano, insieme con il Cardinale Turkson, presidente del Consiglio Giustizia e Pace ed altre personalità.
Anche per merito di questa enciclica, l’ecologia, oggi, occupa un posto strutturale e permanete di alto rilievo nell’evoluzione e nell’aggiornamento della dottrina sociale cristiana alla luce del Vangelo e questo costituisce, a nostro avviso, un fatto molto positivo.

3. – Struttura e metodo dell’enciclica. Il testo è scritto in un linguaggio chiaro e discorsivo: si tratta di 240 pagine divise in sei capitoli.
Vengono affrontati, nell’ordine, i seguenti temi:
a) La situazione ambientale mondiale;
b) Il Vangelo della creazione;
c) La radice umana della crisi ecologica;
d) Un’ecologia integrale;
e) Alcune linee di orientamento e di azione;
f) Educazione e spiritualità ecologica.
Più in dettaglio, il capitolo I si occupa del clima, della questione dell’acqua, della perdita di biodiversità, del degrado sociale connesso al degrado ambientale, della questione della povertà, del consumismo, del debito ecologico del nord verso il sud del pianeta, del ruolo dell’economia e delle multinazionali in un mondo globalizzato, etc.
Il capitolo II, rifacendosi al Vangelo della creazione, propugna l’unitarietà della famiglia umana, la destinazione comune dei beni, la visione dell’ambiente come patrimonio comune dell’umanità.
Il capitolo III si occupa della tecnologia e dei pericoli di un suo «dominio» come denunciato da Romano Guardini. Al riguardo viene evidenziato il pericolo della finanza internazionale che soffoca l’economia reale e contribuisce a deteriorare l’ambiente: si conclude nel senso che la crisi ecologica ha una radice umana dovuta al mancato controllo della tecnologia nelle sue finalità, nei suoi mezzi, nelle sue applicazioni.
Il capitolo IV propone una «ecologia integrale» comprendente le dimensioni umane, scientifiche e sociali: in primo luogo viene proposta una «ecologia economica» e la necessità della difesa di una «ecologia culturale».
Una particolare sensibilità, maturata con l’esperienza pastorale in Buenos Aires, il Papa esprime per la cosiddetta «ecologia della vita quotidiana» (nelle città, nei quartieri, nelle periferie; con riferimento agli spazi per vivere soprattutto per i bambini; per il tema degli alloggi, per i trasporti, per la qualità complessiva della vita ordinaria, etc.).
Il capitolo V è dedicato ad alcune linee di orientamento e di azione proposte per la politica internazionale e per quella nazionale e locale. Si evidenzia, tra l’altro, la necessità di una correttezza non solo formale e di una effettiva informazione e partecipazione sociale in relazione ai processi decisionali in tema di valutazione di progetti e piani di sviluppo economico.
L’ultimo capitolo riguarda la «spiritualità ecologica» (termine innovativo) e l’educazione, con un chiaro accenno di autocritica per il ruolo non sempre attivo dei cristiani nella effettiva difesa dell’ambiente comune.
Il testo non segue i criteri metodologici tradizionali nello sviluppare un tema, ma ripartisce la materia complessa ed interdisciplinare in capitoli separati, aventi una loro autonomia, sicché è inevitabile che su un argomento si ritorni più volte da angolature diverse.
Alcuni temi si ripetono:
- La fragilità del pianeta;
- L’interconnessione ed integrazione tra ambiente, sviluppo e pace;
- Il ruolo ambivalente della tecnologia;
- Il ruolo eccessivo della finanza internazionale senza regole adeguate;
- Il ruolo del commercio internazionale che non sempre rispetta le popolazioni più deboli;
- La responsabilità politica dei governi e della comunità internazionale come dimostrato dal fallimento degli ultimi vertici delle N.U.;
- La non sostenibilità dell’attuale modello di sviluppo socio-economico, considerando l’impatto negativo sul mutamento climatico, sulla crisi dell’acqua, sulla perdita di biodiversità.
In conclusione viene evidenziata l’esistenza di una sfida ambientale globale e la necessità di una risposta articolata a tutti i livelli.
Non mancano giudizi molto critici nei confronti dei poteri forti e spesso opachi interessati a perpetuare la situazione presente in un mondo ormai globalizzato, bisognoso di giustizia e solidarietà.

4. – La situazione: le maggiori sfide. Secondo l’enciclica, la situazione globale del pianeta si presenta come «inedita per la storia dell’umanità» per due ragioni:
a) alcuni problemi globali si sono evidenziati di recente in tutto il loro peso, nella loro interconnessione e complessità (inquinamento; rifiuti e cultura dello scarto; mutamento climatico; crisi dell’acqua potabile; perdita della biodiversità; deterioramento della qualità della vita e degradazione conseguente sociale);
b) si tratta di fenomeni che evolvono con un preoccupante ritmo di «accelerazione», superiore alla pur crescente sensibilità ecologica.
Questa seconda osservazione appare molto saggia e realistica oltre che preoccupante perché evidenzia un deficit culturale diffuso per mancata interiorizzazione vera della questione ecologica da parte dell’uomo comune.
Nel descrivere la situazione presente, cioè quello che sta accadendo alla nostra casa comune, l’enciclica conclude, (vedi punto 61), nel senso che: «Basta guardare alla realtà con sincerità per vedere che c’è un grande deterioramento della nostra casa comune» e che «l’attuale sistema mondiale è insostenibile».
L’enciclica arriva a questo duro giudizio dopo una disamina attenta ed aggiornata della situazione: non vengono citate le fonti tratte dalle organizzazioni internazionali e dagli organismi scientifici ma appare evidente che esse sono ampiamente considerate.
Si registra una novità consistente nella citazione delle conclusioni di varie Conferenze Episcopali su alcuni temi che riguardano l’ambiente (Conferenza Latino-Americana 2007; Conferenza delle Filippine 1988; Conferenza Boliviana 2012; Conferenza tedesca 2006; Conferenza della Regione Patagonia-Comahue 2009; Conferenza USA 2001; Documento di Aparecida 2007).
Si vuole dimostrare che esiste un generale consenso ed una sensibilità diffusa dei cristiani in tutte le aree del mondo per i problemi emergenti dell’ambiente comune.

5. – L’inquinamento. Viene presa in considerazione la prima causa di degrado evidenziatasi nella sequenza temporale, cioè l’inquinamento in tutte le sue forme, nelle sue cause, nei suoi effetti: inquinamento atmosferico, del suolo e delle acque; inquinamento industriale da trasporti ed agricolo; inquinamento da rifiuti domestici, commerciali, clinici, elettronici, industriali, radioattivi.
La battaglia contro l’inquinamento, nonostante alcuni progressi conseguiti non è ancora vinta mancando «un modello circolare di produzione che assicuri risorse per tutti e per le generazioni future e che richiede di limitare al massimo l’uso delle risorse non rinnovabili, moderare il consumo, massimizzare l’efficienza dello sfruttamento, riutilizzare e riciclare».
Questo giudizio appare realistico considerando l’effetto sinergico, dinamico, integrato e spesso nascosto del danno ambientale, che è l’inevitabile conseguenza di ogni patologia inquinante, anche a distanza di tempo.

6. – Il mutamento climatico. Una seconda causa di degrado è individuata nel «mutamento climatico».
Sul punto l’enciclica osserva che il clima costituisce un «bene comune», un «sistema complesso» essenziale per la vita umana.
L’enciclica fa proprio il giudizio della comunità scientifica prevalente in tema di mutamento climatico e questo ha, senza dubbio, riflessi sul mondo politico-istituzionale mondiale: «Esiste un consenso scientifico molto consistente che indica che siamo in presenza di un preoccupante riscaldamento del sistema climatico».
Vengono indicate le cause del mutamento climatico (uso intensivo dei combustibili fossili; usi impropri del suolo; deforestazione) e gli effetti (innalzamento dei livelli dei mari; eventi meteorologici estremi; scioglimento dei ghiacci polari e di alta quota; perdita di foreste tropicali; acidificazione degli oceani).
Il mutamento climatico produce anche gravi effetti sociali come il fenomeno dei «migranti ecologici» dalle aree colpite soprattutto in Africa.
Alla luce di queste considerazioni, forse era opportuno segnalare il mutamento climatico come «la» principale sfida globale e non come «una» delle principali sfide, (vedi punto 25), posto che il clima, secondo la Convenzione di Rio del 1992 è l’integrazione unitaria di geosfera, atmosfera, idrosfera e biosfera, cioè la risultante complessiva di tutti gli equilibri fondamentali della vita terrestre.
Si condivide pienamente la sostanza della enciclica in questa importante materia e si condivide, altresì, il giudizio sulle responsabilità: il Papa osserva che si tenta di «mascherare i problemi o nasconderne i sintomi» da parte di soggetti economici e politici interessati a conservare l’attuale modello di produzione e consumo, fondato sul petrolio, carbone e gas naturale cioè energie di origine fossile, clima-alteranti e destinate all’esaurimento oltre che mal distribuite.
Anche in vista della Conferenza ONU di Parigi nel prossimo dicembre 2015, per evitare l’esibizione di buone intenzioni inconcludenti occorrerà precisare le responsabilità dei Governi e delle relative multinazionali che alimentano il mercato mondiale del petrolio e del gas.
Non ci si può accontentare di generici impegni sui tempi e sui modi e sulla natura degli obblighi assunti.
Se davvero il mutamento climatico interessa la vita terrestre non bastano più generiche assicurazioni ma occorre cambiare davvero il modello di sviluppo attuale: sono chiamati in causa soprattutto Usa, Russia, Unione europea, Arabia Saudita e Paesi del Golfo, Iran, Venezuela, Nigeria e Paesi emergenti come Cina, India, Brasile, Indonesia e Sud Africa.
Sfugge, spesso, il legame profondo esistente fra geosfera, idrosfera, atmosfera e biosfera: la vita poggia su dei pilastri che stanno profondamente cambiando: si tratta della vita vegetale e animale e della vita umana insieme.

7. – La crisi dell’acqua. Una terza causa di degrado sempre interconnessa riguarda l’acqua (necessaria per la vita umana e per sostenere gli ecosistemi naturali).
Va sottolineato che l’enciclica enuncia con forza «un diritto umano essenziale, fondamentale e universale con riferimento all’accesso all’acqua potabile per tutti, trattandosi di un bene comune necessario per la sopravvivenza». La scarsità dell’acqua, anche per effetto del mutamento climatico, potrà essere causa di nuovi conflitti in questo secolo.
Anche su tale punto, l’enciclica merita il più vivo apprezzamento, perché introduce il concetto di diritto umano per una componente ambientale, valido, in generale, per l’ambiente nella sua unità.

8. – La perdita di biodiversità. Una quarta causa di degrado (sempre interconnessa) è indicata nella perdita della biodiversità sulla terra, nei fiumi, laghi e mari.
Sul punto, l’enciclica è molto dettagliata nel descrivere il fenomeno ed anche la scarsa «cultura» con la quale è di fatto valutata la biodiversità sul territorio (nei progetti e programmi sottoposti alla VIA o VAS), posto che la biodiversità non può essere misurata solo con criteri economici e richiede, comunque, una visione integrata di medio e lungo periodo.
Sono osservazioni condivisibili quelle dell’enciclica, compreso l’auspicio di maggiori investimenti nella ricerca.
Il punto 38 relativo ai polmoni verdi del Pianeta (foreste tropicali dell’Amazzonia, del Congo etc.) solleva un problema di equilibrio da una parte tra la tendenza pur presente nel diritto internazionale verso forme condivise di universalizzazione (es. fondali marini, antartide, artide, luna ed altri corpi celesti etc.) e dall’altra un eccessivo condizionamento culturale e politico «terzomondista», ostile in via di principio, a proposte di internazionalizzazione, viste in danno della «sovranità» nazionale sulle proprie risorse, e idonee ad assecondare «gli interessi economici delle multinazionali».
Viene infatti, significativamente citata, quale fonte, la V Conferenza Generale dell’Episcopato Latino-Americano e dei Caraibi del 2007, con riferimento ad alcune proposte (non meglio specificate) di internazionalizzazione dell’Amazzonia.
Si è d’accordo che «non si possono ignorare gli enormi interessi economici internazionali», ma serie proposte di internazionalizzazione dell’Amazzonia o almeno un diverso livello di coordinamento di tutti i governi coinvolti sotto il controllo della Comunità internazionale, potrebbero servire proprio a contrastare questi interessi.
Occorre tenere conto che dalla Conferenza ONU di Rio del 1992 non è uscita né una Convenzione forte a tutela della biodiversità e neppure una Convenzione forte a tutela delle foreste: è stato privilegiato, per ragioni politiche, il regime discrezionale della sovranità dei singoli paesi per venire incontro alle esigenze socio-economiche dei paesi in via di sviluppo (Brasile ed altri 7 Paesi dell’area del Sud America).
Non si è considerato che gli interessi delle multinazionali non trovano ostacoli efficaci nei singoli paesi, come è già avvenuto per tutti gli Stati che inglobano il grande ecosistema dell’Amazzonia.
Un regime di internazionalizzazione, sia pure flessibile e con adeguate compensazioni economiche della Comunità internazionale, non esclude affatto il ruolo doveroso dei singoli Governi nel preservare l’ambiente comune (e ciò per tutti i grandi ecosistemi).
Le scelte, basate solo sulla sovranità degli Stati sono inadeguate come è dimostrato dalla recente riforma forestale in Brasile, rivelatasi un fallimento come riconosciuto da studiosi indipendenti, sicché l’Amazzonia si degrada sempre di più e questo inciderà fortemente sul mutamento climatico in atto.
In verità l’enciclica fornisce delle indicazioni comunque positive nel senso di un auspicato rafforzamento della politica internazionale, con l’auspicio di «un sistema normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione degli ecosistemi» (un sistema normativo più forte ed una adeguata governance).

9. – Il deterioramento della qualità della vita. I fenomeni sopra indicati sono considerati anche nelle conseguenze sociali: – crescita disordinata delle città; – invivibilità di quartieri per carenze di spazi per vivere; – narcotraffico e violenza; – diffusione disordinata di nuovi mezzi di comunicazione spersonalizzanti.
Osserva con forza il documento che «un vero approccio ecologico diventa sempre più un approccio sociale che deve integrare la giustizia, per ascoltare tanto il grido della Terra, quanto il grido dei poveri».
Il consumismo è considerato dall’enciclica un grave problema, sicché il Nord del pianeta avrebbe contratto «un debito economico» verso il Sud a causa dell’attuale modello di sviluppo economico-finanziario e del vigente sistema commerciale che privilegiano lo sfruttamento delle risorse di cui il Sud è dotato.
Secondo il Pontefice si va «creando uno scenario favorevole per nuove guerre mascherate da nobili rivendicazioni», mentre «nei laboratori continua la ricerca per lo sviluppo di nuove armi offensive capaci di alterare gli equilibri naturali».
Le resistenze verso il cambiamento vengono indicate, come si è detto nel «potere collegato con la finanza» e più in generale nell’attuale modello economico-internazionale.
Queste considerazioni sono purtroppo confortate dalle esperienze di molteplici conflitti economici, sociali, etnici, culturali, religiosi, ambientali nei vari continenti che coinvolgono l’uso delle risorse comuni.
Una mappatura ed una conoscenza più approfondita per continenti e paesi dei conflitti convince della giustezza della denuncia dell’enciclica.
L’enciclica accenna soltanto al problema dell’incremento demografico (la popolazione mondiale è destinata ad aumentare fino a 9 miliardi nel 2050 per poi stabilizzarsi) senza svilupparlo: la posizione della Chiesa cattolica è a favore di una paternità responsabile.
In conclusione l’enciclica riconosce la legittimità di diverse visioni in tema di ambiente e sceglie una via mediana fra due estremi: l’ottimismo fondato sulla tecnologia ed il mito del progresso senza limiti da una parte e dall’altra il pessimismo legato alla presenza umana crescente sul pianeta ed ai guasti oggettivi dell’attività umana, con conseguente filosofia favorevole alla c.d. decrescita.

10. – Tecnologia e ambiente. L’intero capitolo III è incentrato «sulla radice umana della crisi ecologica», cioè su una riflessione molto profonda e attuale relativa «al paradigma tecnologico dominante».
È un tema non nuovo della dottrina sociale della Chiesa.
La tecnologia non è certo criticata in sé, avendo arrecato soprattutto negli ultimi due secoli, grandi vantaggi all’umanità, ma nelle sue possibili applicazioni non corrette, senza il supporto di una forte etica della responsabilità.
Ad esempio la scoperta della energia nucleare ha già portato al lancio di bombe atomiche sulle popolazioni civili (sono passati settanta anni dalla distruzione di Hiroschima e Nagasaki).
Vi sono tuttora minacce di costruzione ed impiego di armi nucleari a fini di potenza militare da parte di vari paesi.
La biotecnologia con le conoscenze del DNA hanno aperto nuove frontiere su possibili manipolazioni genetiche sugli esseri viventi, compreso l’uomo.
L’enciclica cita giustamente Romano Guardini che lamentava un deficit grave nell’uomo moderno di una cultura per il «retto uso della potenza».
Il «paradigma tecnologico» si è globalizzato, e, soprattutto, è diventato sempre più invasivo nella coscienza umana, dando l’idea menzognera che gli effetti negativi delle manipolazioni sulla natura (creati dagli interventi tecnologici) possano essere sempre assorbiti da altri successivi interventi tecnologici.
Questo dominio dello spirito umano (sottolineato anche dalla filosofia laica es. Emanuele Severino) applicato all’economia ed all’ambiente ha già prodotto secondo l’enciclica dei guasti: «un super sviluppo dissipatore e consumistico» di una parte del pianeta ed «una miseria disumanizzante» di vaste aree di povertà in Africa, Asia e America Latina.
Nel punto 114 si conclude proponendo una «coraggiosa rivoluzione culturale».
Occorre distinguere tra scienza e tecnologia cioè la ricerca scientifica fondamentale e le possibili applicazioni tecnologiche che esse si, non sono «mai neutrali».
Intanto appare saggia una riflessione sui fini e sul senso del progresso e dello sviluppo che comprenda anche le scelte dei tempi e modi d’impiego delle nuove tecnologie nel loro rapporto con l’ambiente comune e con lo stesso destino umano.
Secondo l’enciclica, l’antropocentrismo moderno non deve collocare la ragione tecnica al di sopra della realtà posto che la natura ha una sua autonomia e un suo valore intrinseco rispetto all’uomo che è parte di essa.
In questa logica ecologica occorre accogliere sempre le nuove vite umane, dicendo no all’aborto che è di per sé la distruzione di una vita in itinere.
Secondo l’enciclica occorre fare molta attenzione agli stili di vita, preoccupati degli interessi immediati in senso egoistico. Questi stili di vita rischiano di considerare estranei fenomeni che pur appartengono alla realtà: criminalità organizzata, tratta degli essere umani, narcotraffico, commercio di specie in pericolo di estinzione, commercio di organi umani etc.
L’enciclica suggerisce la massima prudenza in tema di utilizzo di OGM in agricoltura (principio di precauzione) e considera ancora attuale, giustamente, l’etica positiva della tradizione benedettina («ora et labora»).

11. – La risposta etico-religiosa. Ci si limita in questa sede ad una breve sintesi delle altre parti dell’enciclica dedicate al contributo etico-religioso, che il Cristianesimo può offrire per la soluzione della crisi ecologica globale.
Questo contributo di princìpi è offerto alla meditazione dei cristiani stessi perché rafforzino il loro impegno responsabile verso la natura ed anche a «tutte le persone di buona volontà», quali che siano le loro posizioni sulla fede in Dio creatore sulla figura di Gesù.
Viene richiamato, con una bella immagine, il «Vangelo della Creazione», per sottolineare che l’universo ha un senso e non ubbidisce al puro caso: il senso della creazione è che essa è frutto dell’amore di Dio.
L’enciclica riconosce onestamente che vi è stata storicamente una interpretazione non corretta della Bibbia sul ruolo dell’uomo verso la natura: è stato enfatizzato erroneamente il concetto di «soggiogare la terra» rispetto al concetto di «custodire e coltivare la terra stessa» (Gen. 2,14), come sottolineato da vari autori (es. Tojnbee).
L’enciclica vede il peccato come una rottura dell’equilibrio non solo con i propri simili ma anche con la natura.
Il peccato è considerato come una realtà terribile e profonda tuttora presente: «si manifesta con tutta la sua forza di distruzione nelle guerre, nelle diverse forme di violenza e maltrattamento, nell’abbandono dei più fragili e negli attacchi contro la natura» (punto n. 66).
Esiste, dunque, per l’enciclica un nuovo peccato: il «peccato contro la natura» da valorizzare nell’etica e nel comportamento concreto dei cristiani.
Il mistero dell’universo, nel pensiero dell’enciclica, è legato a un disegno d’amore di Dio che crea e redime, riconducendo nel tempo tutte le creature al loro creatore (viene citato il grande gesuita P. Theilhad de Chardin).
Il Logos (prologo del Vangelo di San Giovanni 1,1 – 18) cioè la parola di Dio (che è intrinsecamente sapienza e amore) attraverso la creazione che continua, abbraccia tutto l’universo e non può tollerare «il male» senza contrastarlo: dove l’uomo non può arrivare è Dio stesso a contrastare il male incarnandosi nel cosmo attraverso Cristo Figlio di Dio.
Si tratta di un mistero insondabile difficile da accettare senza la fede che mostra comunque una strada da seguire.
La difesa della natura è vista prima di tutto come un dovere «di proteggere l’uomo contro la distruzione di se stesso» (Caritas in Veritate 2009).
Solo Dio conosce la profondità e la gravità del male e può veramente neutralizzarlo.
Sembra a noi un merito dell’enciclica avere sottolineato questo punto ove si parla di un’ecologia integrale che impegna l’uomo in tutte le sue componenti.
L’ecologia integrale è vista come intimamente connessa anche con l’economia e la società: la crisi ambientale diventa crisi economica e crisi sociale e viceversa.
La natura (e soprattutto gli ecosistemi viventi) diventa in questa logica un valore intrinseco assolutamente prioritario anche rispetto all’economia che deve riconoscere l’ambiente come una precondizione di ogni sviluppo.
L’enciclica parla anche di ecologia culturale con riferimento alla protezione e conservazione dei patrimoni storici, artistici e culturali dell’umanità.
Questo richiamo è molto importante oggi perché si assiste all’operare di alcuni movimenti fondamentalisti come Isis e Boko Haram che distruggono e minacciano le memorie storiche dell’umanità in un rigurgito violento di iconoclastia.
Infine l’enciclica con buona immagine richiama la cosiddetta «ecologia della vita quotidiana» la quale presuppone la responsabilità, la parsimonia, la sobrietà nell’uso delle risorse e negli stili di vita delle persone comuni.

12. – La risposta politico-istituzionale. Alcune linee di azione sono indicate nel documento, nelle varie parti soprattutto nel capitolo V.
In termini generali l’enciclica pone l’ambiente in una prospettiva universalistica e, perciò, enuncia il principio dell’ambiente come bene comune, da difendere in una visione anche temporale di giustizia per le generazioni future.
La comunione universale di tutti gli esseri viventi convince della necessità di una solidarietà da porre a base dei diritti di terza generazione (ambiente, sviluppo e pace), nel senso che il loro esercizio presuppone un diverso equilibrio nell’uso dei beni comuni della terra e la rinuncia alla violenza per la risoluzione dei conflitti.
«L’interdipendenza – è scritto – ci obbliga a pensare a un solo mondo, ad un progetto comune» (punto 164).
L’enciclica ricorda gli sforzi della comunità internazionale nel rispondere alla crisi ecologica, richiamando i vertici dell’ONU, a cominciare da quello di Stoccolma nel 1972.
Ma pur riconoscendo alcuni progressi (es. Convenzione di Vienna e Protocollo di Montreal sulla protezione dello strato di ozono) lamenta il grave ritardo nelle risposte sul mutamento climatico.
Perciò viene riproposta con forza l’idea di una governance costituita da norme vincolanti e più efficaci ed anche da organi permanenti e specifici che possano operare a livello sovranazionale (una Autorità politica mondiale), pur nel rispetto del principio di sussidiarietà.
È da sottolineare che nella dottrina sociale della Chiesa cattolica la governance non è costituita solo da norme ma anche da organi che possano applicare queste norme (ad esempio l’enciclica «Centesimus Annus» di Giovanni Paolo II osserva che alla «crescente internazionalizzazione dell’economia» corrispondano validi organi internazionali di controllo; allo stesso modo ancora più chiaramente si esprimeva Benedetto XVI con l’enciclica «Caritas in veritate» con il termine «Autorità politica mondiale» riferito non solo alle norme).
Si tratta di linee di azione che a nostro parere devono impegnare tutti, soprattutto i cristiani per un dovere civile oltre che etico e religioso: occorre guardare con rispetto e maggiore considerazione ai progetti in corso per dotare finalmente la Comunità internazionale di istituzioni permanenti e specifiche a livello mondiale a favore dell’economia, integrata con l’ambiente.
Deve trattarsi non solo di istituzioni amministrative di controllo e gestione ma anche di istituzioni giurisdizionali dotate del potere di accertare eventuali violazioni, istituzioni tutte aperte al contributo del mondo scientifico e della società civile.

13. – La necessità di una vera governance globale economico-ambientale. L’enciclica enuncia la necessità di un’Autorità politica mondiale per l’ambiente ma lascia aperto il discorso sulle scelte politiche e tecniche per realizzare questo tipo di governance.
Secondo la nostra opinione, verificata anche a livello internazionale, da oltre venticinque anni con organismi scientifici ed associazioni prestigiose della società civile, è il modello complessivo emerso dopo la seconda guerra mondiale che richiede di essere adeguato in relazione ai sopravvenuti eventi globali relativi all’economia ed all’ambiente.
La crisi economica che si trascina ormai da vari anni è strettamente legata alla crisi ambientale ed è destinata a complicarsi se – come è necessario – occorrerà ridurre drasticamente l’utilizzo delle energie di origine fossile (carbone, petrolio e gas).
Riassumendo in modo essenziale le opzioni aperte sono le seguenti:
a) Riforma del modello delle Nazioni Unite.
Le Nazioni Unite sono sorte dopo la seconda guerra mondiale con la finalità di assicurare la sicurezza collettiva: all’epoca il problema ambientale non era ancora emerso.
Le riforme possibili riguardano anzitutto gli organi: l’Assemblea Generale ha già acquistato un peso maggiore politico dopo la decolonizzazione ma questo peso politico va meglio definito con una riforma nel ruolo specifico di rappresentanza della Comunità internazionale; il Consiglio di Sicurezza ha cinque membri permanenti con diritto di voto e sarebbe opportuno ridurre il peso degli Stati interessati a favore di grandi Paesi emergenti da inserire in esso; il Segretariato Generale dovrebbe essere rafforzato con un ruolo esecutivo maggiore; lo Statuto della Corte Internazionale di Giustizia dovrebbe essere modificato nel senso di estendere la legittimazione o accesso anche alle Organizzazioni internazionali ed alla società civile.
b) Riforma del modello finanziario, economico e commerciale.
Dovrebbe essere valutata con attenzione la posizione degli Enti economici internazionali esistenti (Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, Organizzazione mondiale del commercio): questi enti sono fuori del modello delle Nazioni Unite e questo incide sulla carenza di un controllo politico globale da parte della Comunità internazionale rappresentata dalle Nazioni Unite.
Se l’interesse economico deve essere più rispettoso del valore ambiente, non può rimanere fuori di un adeguato controllo internazionale, ad esempio nuove regole dovranno impedire i paradisi fiscali, l’utilizzo di derivati tossici al di fuori della economia reale; i fondi economici a favore dello sviluppo devono ubbidire a criteri universali e condivisi; il commercio internazionale libero rimane un valore positivo ma occorre trovare regole più rispettose delle esigenze umane dei popoli e delle popolazioni più bisognose.
c) Creazione di una Corte Internazionale dell’Ambiente.
Questa istituzione è invocata da oltre venticinque anni da varie Istituzioni della società civile ed anche dal Parlamento europeo (a partire dalla Conferenza di Rio De Janeiro del 1992 fino all’ultima Conferenza «Rio più venti» del 2012 – Motion for Resolution B7 – 0000/2011, del 12 settembre 2011, punto 101 del Parlamento europeo).
Nel sostenere la proposta si è distinta la Fondazione Icef (International Court of the Environment Foundation) con sede in Roma: fu questo organismo a presentare per la prima volta, a livello mondiale, il Progetto in una conferenza tenutasi nel 1989, presso l’Accademia Nazionale dei Lincei con l’avallo della Corte Suprema di Cassazione (per notizie relative all’attività della Fondazione Icef vedi i siti, www.icefcourtpress.org; www.icef-court.org. Per una breve cronistoria v. Ambiente, Giustizia e Pace, Aracne Editrice, 2015, parte VI cap. 2, pag. 515 e seguenti a cura di Amedeo Postiglione).
d) Trasformazione dell’UNEP in ONUE.
Il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente dovrebbe trasformarsi in un’agenzia permanente di gestione e controllo.
Anche questa proposta ha avuto l’avallo di istituzioni come la Commissione europea e l’incoraggiamento della società civile.
Qualche progresso si è realizzato recentemente a livello politico perché nell’UNEP sono rappresentati tutti i Governi del mondo.
e) Rafforzamento della Corte penale internazionale.
Lo statuto di Roma fu approvato nel 1998 in una conferenza presso la FAO, promossa dal Ministero degli affari esteri italiano, sotto la presidenza del Prof. Giovanni Conso, recentemente scomparso (già Ministro della giustizia, Presidente della Corte costituzionale, Presidente dell’Accademia nazionale dei Lincei e stimato Presidente Onorario della Fondazione Icef dal 2003).
Questa istituzione è già operativa e merita di essere rafforzata anche per la materia ambientale, inserendo nella sua competenza anche i crimini internazionali ambientali: basta al riguardo la semplice maggioranza dei due terzi delle Parti che si riuniscono periodicamente senza modificare lo Statuto.
f) Creazione di una Polizia Internazionale dell’ONU.
Come è noto si sono moltiplicate nel mondo le missioni di pace autorizzate dal Consiglio di Sicurezza e qualche volta dall’Assemblea Generale.
In relazione ai frequenti disastri naturali sarebbe auspicabile una estensione della competenza della Polizia Internazionale anche alla materia ambientale.
Potrebbe, altresì, coordinarsi più efficacemente la repressione di alcuni crimini come traffico di droga, traffico di esseri umani, traffico di organi, traffico di beni culturali etc.: l’idea di un organo tecnico, qualificato e permanente per rispondere ai nuovi bisogni si riassume nelle parole «Polizia Internazionale dell’ONU», perché oltre alla sicurezza occorre pensare a come gestire fenomeni nuovi a livello internazionale.
g) Creazione di una forza di pronto intervento.
La distruzione intenzionale di patrimoni comuni dell’umanità da parte di movimenti fondamentalisti come Isis e Boko Haram suggerisce l’opportunità di creare una forza di pronto intervento che possa intervenire a nome delle Nazioni Unite contro i colpevoli per assicurarli alla Giustizia Internazionale.

14. – Nuovi princìpi del diritto internazionale e loro effettività. Come si è detto per una governance globale occorre operare su due livelli: quello delle norme e quello degli organi incaricati di attuarle.
I princìpi del diritto internazionale dell’ambiente risentono del mutamento della struttura tradizionale interstatuale della comunità internazionale, tipica del passato perché sono emersi nuovi soggetti (le singole persone titolari di diritti e doveri umani; le comunità locali; i popoli, le multinazionali; le organizzazioni continentali e internazionali; la comunità internazionale come autonomo soggetto sovraordinato).
Per coinvolgere nella governance comune soggetti tanto diversi, occorre definire bene i ruoli e gli scopi da raggiungere, secondo princìpi di corretta integrazione e sussidiarietà.
I princìpi devono perciò essere chiari e non neutralizzarsi a vicenda.
Sembra di poter enucleare dalla enciclica i seguenti princìpi:
a) La sostenibilità della vita sulla terra, cioè un concetto più ampio del c.d. «sviluppo sostenibile» che rimane un principio già accettato nel diritto internazionale vigente;
b) La Terra come bene comune e come patrimonio comune dell’umanità da proteggere oggi anche nell’interesse delle generazioni future;
c) L’obbligo giuridico, oltre che etico e religioso, della prevenzione del danno ambientale;
d) L’obbligo giuridico, oltre che etico e religioso, della riparazione del danno ambientale;
e) L’obbligo giuridico di una speciale precauzione per i rischi ambientali non definiti nella loro natura;
f) L’obbligo di una preventiva e seria valutazione dell’impatto ambientale di progetti e programmi;
g) L’obbligo di assicurare l’esercizio dei diritti umani procedimentali di informazione, partecipazione e accesso;
h) L’obbligo generale di cooperazione internazionale a favore dell’ambiente;
i) Uno speciale obbligo di solidarietà in relazione ai diritti di terza generazione (ambiente, sviluppo e pace), soprattutto avendo riguardo alla crisi del clima, alla crisi dell’acqua, alla crisi della biodiversità;
j) Il dovere di assicurare l’effettività delle norme internazionali già esistenti a favore dell’ambiente;
k) La responsabilità dei Governi sia per il danno ambientale sia per la prevenzione delle minacce derivanti dal mutamento climatico (vedi punto 69 dell’enciclica).

15. – Conclusioni. Scorrendo con molta attenzione l’enciclica nella sua logica unitaria, va segnalata la profonda preoccupazione che la pervade per la nostra casa comune.
Il documento non si limita all’analisi ma denuncia in modo chiaro la debolezza della risposta politica da parte dei Governi e della stessa comunità internazionale.
Si parla di «fallimento» degli ultimi vertici mondiali sull’ambiente con una denuncia molto forte che merita attenzione.
L’enciclica propone una nuova ecologia ispirata al bene comune ed alla giustizia tra generazioni e spinge verso il dialogo di tutti i soggetti coinvolti.
Viene ripetuta spesso la constatazione che l’attuale modello di produzione e consumo e l’attuale modello della finanza internazionale e del commercio internazionale non sono favorevoli all’ambiente.
Si lamenta in particolare che operano interessi geopolitici favorevoli all’uso prevalente di energie che alterano il clima terrestre.
Il Papa non propone di bloccare lo sviluppo ma solo di «rallentare un po’ il passo» in alcune aree onde equilibrare l’uso delle risorse essenziali in altre aree secondo una visione solidaristica.
Nella sostanza si propone di incidere fortemente sulla «qualità» dello sviluppo.
Pensiamo che debba essere ascoltato il monito a «cambiare il modello di sviluppo globale» ritenuto «insostenibile».
L’enciclica si muove nell’ottica della conservazione degli equilibri fondamentali della vita terrestre e questo costituisce a nostro parere il suo principale merito.

Amedeo Postiglione